Della mia prima infanzia, stranamente, ho diversi ricordi. Il primissimo è di quando ho imparato a camminare, avevo circa tredici mesi. Assurdo, vero? Ma è così. Ho questo flash della zia di mio papà che mi appoggia contro un muro di mattonelle verdine, in cucina, poi si allontana di qualche passo, apre le braccia e mi dice: “Vieni!” E io cammino verso di lei. In effetti, molti di questi ricordi sono ambientati a casa di zia Lucia: mi faceva da babysitter quando i miei lavoravano, la mattina. Mi ricordo le mattonelle rosa e lucide del bagno, bordate di nero in alto, l’interruttore della luce che mi sembrava altissimo, la chitarra di sua figlia che io strimpellavo senza pietà, e lo stretto terrazzino sul retro.

Ho cercato di capire se manifestavo qualche tratto autistico da piccola basandomi su questi ricordi, ma l’unica cosa degna di nota è che, invariabilmente, dopo il sonnellino pomeridiano cominciavo a urlare come un’indemoniata e andavo avanti anche per mezz’ora, se non di più. Come abbiano fatto i miei a sopportarmi rimane un mistero.

A tre anni mi anno mandato all’asilo dalle suore, e qui comincia la nostra avventura. Sì, perché di quell’epoca mi ricordo moltissime cose… I bambini che vedete qui ritratti siamo io e i miei compagni, che adesso saranno tutti sulla soglia dei cinquanta, con figli adolescenti o già ventenni. Anzi, se qualcuno si riconosce, mi contatti!

Bene, che dire delle suore? All’inizio non capivo. Davvero, non capivo. Parlavano sempre di questo signore, che evidentemente si chiamava Salvatore e faceva il pastore, che era tanto tanto buono. Ma tanto. Ecco, un’immagine di quel periodo, che tuttora rivedo nitidissima, è di come io mi immaginassi questo “signore”: un uomo vestito con pantaloni beige e una giacca marrone di velluto pesante a coste, con una coppola calata sul viso, appoggiato a un muro con una gamba piegata all’indietro e illuminato da uno di quei vecchi lampioni col piattino sopra e la lampadina sotto, che emette un fascio di luce a cono. Questo per farvi capire come, già a tre anni, la mia mente lavorasse a livello visivo.

Nonostante questa storia di questo signore tanto buono, le suore erano molto rigorose e severe: in classe non si sgarrava. All’arrivo, la mattina, potevamo giocare una mezz’ora, poi la suora-maestra ordinava: “Mettete via i giochi” e noi, obbedienti come soldatini, li reinserivamo tutti nei fustini del bucato che servivano da contenitori. E poi facevamo lezione. Giuro. Cosa spiegassero, a parte la storia di Salvatore il pastore, non mi ricordo. So solo che io, giustamente, dopo qualcosa come trenta secondi mi scassavo l’anima e cominciavo a disegnare per i cavoli miei, alché mi sequestravano i pennarelli perché “non stavo attenta”. No, dico. A tre anni? Dopo un bel po’ di storie e crisi, ho però capito come funzionava il tutto e, non chiedetemi come, ho trovato il sistema di ingraziarmi le suore e perfino – udite udite – di essere ammessa al Piano Superiore!

Il mitico Piano Superiore, dove c’erano nientemeno che le stanze delle suore! Le camere, le cucine… Ogni tanto una di loro mi portava su e assistevo al rito del caffè, che si facevano con la moka nella cucinetta.

Potevamo giocare nel cortile, con quelle belle macchinine che vedete ritratte qui e io, già super-competitiva, organizzavo delle vere e proprie gare.

Un altro ricordo nitidissimo è quello relativo al momento in cui, finite le lezioni, ci riunivano in una stanzetta vicino all’ingresso e facevamo il gioco dell’ “indovina chi manca”. Uno di noi veniva scelto per indovinare, gli venivano tappati gli occhi, un altro usciva e chi era di turno doveva indovinare chi. Ora, come ce li tappavano gli occhi? La suora ci faceva appoggiare la faccia contro di sé. E ho ancora ben chiaro, conservato nell’amigdala, il profumo di bucato del suo grembiule di cotone bianco, indossato sopra la veste nera. Dicono che gli odori non si possano ricordare: be’, quello lo ricordo.

Per il resto, ho sempre avuto qualche problemino di comprensione con i miei simili, soprattutto per quanto riguardava ironia e sottintesi: mai capiti. Mai. Idem per le bugie. Potevano raccontarmi tutto quello che volevano e io ci credevo. Tuttora se qualcuno mi sta prendendo in giro ma ha la faccia seria, io non me ne rendo condo. Ancora oggi tendo a credere a quello che mi racconta la gente, anche se con l’esperienza un po’ più scafata sono diventata, ma mica poi tanto. A ripensare a tutte le panzane che mi sono bevuta nella mia vita, mi meraviglio, sul serio. Perché, col senno di poi, ci sono arrivata a capire che una ragazza, da sola, non può sconfiggere un’intera gang di teppisti nella metropolitana di Parigi. O che certe persone, quando spettegolano, s’inventano l’80% delle cose che dicono. Ma di questo, e della rigorosa cernita delle amicizie, che ho imparato a fare solo dopo i 40 anni, ne riparleremo.

Avevo il terrore dei botti e anche dei semplici scoppi, tanto che non potevo nemmeno sopportare la vista dei palloncini perché temevo che scoppiassero, facendomi sobbalzare violentemente e mettendomi una paura terribile.

Comunque sia, quei tre anni li ho superati senza grossi problemi, anche perché negli anni ’70 Viareggio, dove tuttora vivo, era una cittadina di mare tranquilla e sicura, i cui ritmi seguivano la cadenza dei riti stagionali: carnevale d’inverno (mai amato, mi dispiace ammetterlo perché qui è una specie di culto) e mare d’estate.